lunedì 27 luglio 2009

Laura Braga: intervista esclusiva - dic 2006


E qui dobbiamo dircele le cose però. Qui le interviste fioccano. Ma altro che fioccano… direi che fioccano.
Oggi vittima consenziente è Laura Braga, che ancora faccio fatica ad inquadrare.
Talentuosa disegnatrice e basta, o acuta e smaliziata esponente della new wave del fumetto, ossia quella che disegna, disegna, disegna, ma che SA cosa sia Internet e lo usa come mezzo intelligente di autopromozione? Chissà? In questa torrenziale, a volte criptica, ma sempre interessante intervista Laura ci parla di sé e di tante altre cose. Attualmente Laura è al lavoro su un progetto scritto da Bepi Vigna, e disegnato da Laura e Nicola Mari, pensato per la pubblicazione online (inizialmente), ad opera della Hybriscomics. Il tutto lo potete vedere su www.hybriscomics.com. Laura Braga per finire ha un suo sito (ecco che torna l’uso di Internet ….) e precisamente http://www.laurabraga.com/ , molto interessante.
Ma è tempo di affidarci alle (ormai canoniche) …50 DOMANDE DEL BOT-MAN!

L'INTERVISTA

Alessandro Bottero: Laura Braga, chi sei, cosa fai, perché lo fai?
Laura Braga: Sono una disegnatrice di fumetti, e mi penso tale fin da quando ero piccolissima. Diciamo che non ho mai voluto fare altro nella vita.

A.B.: Una laurea in ingegneria aiuta nel campo del fumetti?
L. B.: Assolutamente no.

A.B.: A che età hai iniziato a disegnare?
L. B.: Professionalmente da quando avevo 16 anni ho cominciato ad avere i primi lavori. In realtà, come già dicevo prima, disegnavo Paperino e Topolino già da quando andavo all’asilo.

A.B.: Cosa dice la gente quando scopre che fai fumetti?
L. B.: Chi non ha nessun contatto con questo mondo, tende a pensare che io non faccio nulla dalla mattina alla sera. Mi e’ capitato più volte che al rifiuto di uscire per finire un lavoro, la risposta sia stata più o meno: “Ma cosa vuoi che sia, devi solo fare un paio di disegni.!” Eh-eh-eh!!!

A.B.: Come sono gli americani?
L. B.: Sono dei grandi. Sono stata quest’estate a San Diego e mi ha colpito molto la professionalità e la competenza degli addetti ai lavori. Ecco, diciamo che “E’ meglio che fai la benzinaia” (che mi sono sentita dire qui in Italia da un addetto ai lavori!), in Usa non te lo direbbero mai.

A.B.: Da un rapido esame risulta che sei una ragazza. La cosa ti ha aiutato in questo campo?
L. B.: Assolutamente no. Nei primi tempi, mi sentivo continuamente dire che ero ancora una bambina per prendere certi lavori.

A.B.: O ci sono state controindicazioni?
L. B.: Le controindicazioni ci sono state. Mi e’ capitato ancora (soprattutto in passato e in ambiente pubblicitario), che mi cercassero con un secondo fine!!!!

A.B.: Tre romanzi che ti piacciono
L. B.: Innanzitutto Norwegian Wood, Tokyo Blues di Murakami. Ho amato alla follia quel libro, di gran lunga il più bello che ho letto nel genere romanzi. Poi vario molto nell’umoristico-rosa. Direi che la prima che mi viene in mente è Sophie Kinsella (I love Shopping). Infine Come Diventare un Buddha in 5 settimane di Giacobbe: mi e’ talmente entrato dentro che mi sono avvicinata alla religione Buddista tanto da diventarne adepta.

A.B.: Tre romanzi che invece non riesci a sopportare.
L. B.: Non ci sono tre titoli. Faccio molta fatica a leggere il fantasy, nonostante mi piaccia molto a fumetti.

A.B.: Come hai capito che potevi fare la colorista?
L. B.: In realtà e’ stata una serie di coincidenze. Io quando realizzo una tavola la penso direttamente a colori. Faccio molta fatica a concepirla in bianco e nero. Di conseguenza quando presento un book, e’ composto per un buon 90% da disegni e tavole colorate da me. Da qui il passo ad essere cercata anche come colorista e’ stato breve.

A.B.: Meglio Photoshop o gli acquarelli?
L. B.: Ho amato i pennelli (e tutto ciò che ci gira attorno) alla follia e per anni. Ma adesso mi trovo molto più a mio agio con il computer. Però diciamo che la differenza dei due stili e’ notevole a risultato finito.

A.B.: Torniamo ai fumetti. Hai lavorato con Milo Manara. Ti è servito?
L. B.: Tantissimo. Milo al primo contatto e’ una persona molto introversa e pensavo che non avrei imparato nulla. Invece, una volta rotto il ghiaccio mi ha insegnato moltissimo e ho appreso “segreti” sulla costruzione dei corpi che da sola avrei impiegato anni a fare. Per me e’ un vero Maestro.

A.B.: Perché in Italia è difficile lavorare nel capo dei fumetti per un giovane?
L. B.: Perché c’e’ molta diffidenza verso i giovani. Io mi sono proposta (qualche anno fa) a decine di piccolissime case che non si degnavano nemmeno di darmi una risposta anche fosse negativa. Ad un certo punto ero talmente scoraggiata che pensavo di mollare, meno male che a quel punto e’ subentrato Milo Manara.

A.B.: Hai sempre avuto contratti per i tuoi lavori o a volte hai lavorato “sulla parola”?
L. B.: In realtà (e qui aggiungo purtroppo) ho lavorato anche sulla parola soprattutto in campo pubblicitario. E devo dire che mi è anche capitata qualche fregatura: qualche mese fa ho fatto uno storyboard per una ditta locale, che dopo la consegna si è negata per mesi al telefono fino a che mi sono stancata io di chiamarli.

A.B.: Hai mai ricevuto fregature in questo mestiere?
L. B.: Si. Le fregature ci sono sempre purtroppo. Dopo un po’ però impari anche a capire se ti puoi fidare della persona con la quale stai parlando di lavoro.

A.B.: Vai a teatro?
L. B.: Purtroppo no. Ma e’ una cosa che sento mancarmi.

A.B.: Che ne pensi di Shakespeare? Conoscerlo aiuta?
L. B.: Purtroppo la mia conoscenza di Shakespeare si limita al fatto di essere veronese e di conoscere la storia di Romeo e Giulietta, Eh-eh-eh.

A.B.: Hai visto i mondiali o non te ne frega niente del calcio?
L. B.: Li ho visti, anche se non sono un’appassionata di calcio.

A.B.: Hai mai pensato di fare la sceneggiatrice?
L. B.: Si, proprio ora sto lavorando ad una storia concepita da me e sceneggiata insieme a Davide Galati.

A.B.: Frequentare una scuola di fumetto ha qualche senso? Aiuta davvero a entrare nel “giro giusto”?
L. B.: Si, molto. E se sei fortunato puoi anche conoscere delle persone che credendo in te ti possono aiutare.

A.B.: Cinema!!! John Wayne o Burt Reynolds?
L. B.: John Wayne!!

A.B.: Sentieri Selvaggi è il miglior film western mai realizzato?
L. B.: E’ sicuramente un grande film, ma preferisco una concezione moderna dove si dia meno per scontato che i pellerossa fossero i “cattivi”. Ecco, Balla Coi Lupi lo trovo più in sintonia con il mio pensiero.

A.B.: Ti piacciono i musical?
L. B.: Moltissimo. Ma soprattutto amo i musical a teatro. Ogni volta che sono andata a New York, una fermata a Broadway per vederne uno l’ho sempre fatta.

A.B.: Tre fumetti da leggere a tutti i costi.
L. B.: Prima di tutto Nana. Ultimamente mi sono un po’ allontanata dal genere “manga”, ma il fumetto della Azawa resta un gioiellino che non dovrebbe essere letto solo dai mangofili.
Poi sicuramente Sky Doll anche e soprattutto perche il fumetto di Barbucci e Canepa è stato la mia prima grande fonte di ispirazione una volta uscita dall’Accademia Disney.
Last but not least, NYX di Joshua Middleton. In questo momento l’autore statunitense e’ il mio punto di riferimento sia nella fase delle matite che in quella della colorazione. E l’averlo conosciuto a San Diego non ha fatto che aumentare la mia ammirazione verso di lui.

A.B.: Tre fumetti da evitare come la peste.
L. B.: Purtroppo ultimamente guardo molto scetticamente la maggior parte delle uscite giapponesi in Italia. Ecco, direi che non ho tre titoli in particolare, ma credo che dopo una prima fase dove venivano tradotti autentici gioiellini, adesso si tenda a pubblicare anche materiale piuttosto scadente.

A.B.: Chi è per te un artista serio e professionale?
L. B.: Joshua Middleton. Come dicevo prima conoscendolo mi ha molto colpito il suo approccio al disegno. Nel calderone della Hall del Convention Center di San Diego non si e’ tirato indietro quando ha preso in mano la matita e mi ha mostrato dove secondo lui avevo da apportare dei miglioramenti ai miei disegni.
Mi è molto piaciuta anche la figura di Jim Lee all’interno degli studi della Wildstorm, sempre pronto a dare una mano a chi chiedeva un aiuto.


A.B.: E invece un artista fanfarone e da lasciare perdere?
L. B.: Mi è capitato di conoscerne più di qualcuno, ma non vorrei fare nomi.

A.B.: Hai letto Watchmen? Se non l’avessi letto saresti la stessa di adesso?
L. B.: Si l’ho letto, ma molti anni fa. Forse dovrei rispolverarlo e rileggerlo, perché oggi sicuramente lo apprezzerei molto di più.

A.B.: I fumetti che hai letto ti hanno cambiata?
L. B.: Si, sicuramente. Perché mi hanno fatto provare emozioni e perché sono riuscita nel tempo a conoscere altri stili e altre tecniche di lavoro.

A.B.: From Hell è stato solo un fenomeno di moda?
L. B.: Purtroppo non l’ho mai letto, ma prometto che correggerò questa lacuna al più presto.

A.B.: Le Witch hanno senso?
L. B.: Avendo fatto l’Accademia Disney specializzandomi nelle Witch dovrei dire di si, ma da qualche anno a questa parte non ne capisco più la loro utilità. Sono molto cambiate dalla loro creazione!!!!

A.B.: Dragonball è davvero un fumetto leggibile?
L. B.: Penso all’incirca la stessa cosa delle Witch. Gigantesco fenomeno di costume qualche anno fa, non credo che riuscirei a leggerlo oggi (e comunque non l’ho mai finito nemmeno allora)!!!!

A.B.: Ti sei mai svegliata la notte di scatto pensando “Oddio, devo trovarmi un lavoro serio!!!”
L. B.: No, anzi la notte mi sveglio pensando “Oddio, devo andare a disegnare!!!”

A.B.: Chi è un nerd per te?
L. B.: Premetto che per me il termine non ha un’accezione negativa… un nerd è un fan che puzza, cappellone, che vive in un mando suo…. Scherzo!!!! Eh-eh-eh.

A.B.: Cosa ne pensi di internet? Aiuta il fumetto o fa solo perdere tempo?
L. B.: No, aiuta. Anche solo per tenersi informati su quello che succede nell’ambiente fumettistico.

A.B.: Le mostre mercato di fumetto hanno un senso?
L. B.: Se fatte all’americana si. Se fatto solo di mostra mercato meno. Mi spiego: se ci sono incontri con gli autori, incontri con gli editor, mostre di tavole, tavole rotonde, allora una mostra ha un senso, perché tutto non si riduca solamente alla ricerca del numero mancante. In Italia qualche passo in questo senso lo si inizia a fare. Dire che Napoli Comicon è un ottimo esempio da seguire.

A.B.: Lucca Comics ha un senso?
L. B.: Come incontro tra fan e’ ormai imprescindibile. Devo dire che quest’anno, per la prima volta, l’ho vista muoversi nella direzione che accennavo sopra.

A.B.: I cosplayer alle mostre di fumetti rompono gli zibibbi o danno un qualcosa in più?
L. B.: Entrambe le cose!!!! E’ un qualcosa in più che da colore alla manifestazione. Ormai il fenomeno però e’ gigantesco e avrebbe più senso organizzare manifestazioni solo per Cosplay come accade in Giappone.

A.B.: Il talento basta? Quanto si deve sudare prima di essere minimamente professionali?
L. B.: Il talento non basta. Bisogna rispettare scadenze ed essere molto professionali. In questo senso ho visto persone meno dotate di altre andare avanti proprio per una maggiore professionalità.

A.B.: Il mondo del fumetto è un mondo ferocemente competitivo. Cosa ne pensi di un ipotetico “sindacato dei fumettisti”?
L. B.: Sono molto scettica in questo senso.

A.B.: Cosa consiglieresti a una ragazza che ti dice “Laura, da grande voglio fare la fumettista”
L. B.: Brava, rimboccati le maniche, non stancarti di imparare e soprattutto se vuoi diventare ricca sei ancora in tempo per cambiar lavoro!!!! Eh-eh-eh!

A.B.: Guardi mai la TV? Preferisci le fiction o I telefilm americani? Insomma… Star Trek o Don Matteo?
L. B.: Più che Star Trek direi Battlestar Galactica!!! Comunque preferisco di gran lunga telefilm americani.

A.B.: Racconta un episodio divertente/piccante/strano/buffo/inspiegabile che ti è accaduto lavorando nel campo dei fumetti.
L. B.: Anni fa (avrò avuto 18 anni) mi chiamò la televisione veronese Matchmusic per fare uno storyboard. Entro nel palazzo super-intimorita (era uno dei primissimi lavori) e mi presento alla reception. E la signorina mi dice: “Sei tu la modella per il servizio?”. Penso di non essere mai stata tanto imbarazzata!!!!

A.B.: Riprendiamo il tema dell’essere donna. Perché ci sono così poche sceneggiatrici in Italia, secondo te?
L. B.: Perché la donna si e’ avvicinata al fumetto più tardi dell’uomo e quindi forse bisognerà aspettare ancora qualche tempo prima di vedere sceneggiatrici donna!!! Forse.

A.B.: C’è una storia che ti rifiuteresti assolutamente di disegnare?
L. B.: Una storia di stampo medioevale con cavalieri e armature. Ho colorato quest’estate un fumetto francese di questo genere, e per quanto abbia ammirato le tavole, ho capito che non e’ proprio il mio genere.

A.B.: Cosa pensi di fare da qui a dieci anni?
L. B.: Disegnare. Disegnare. Disegnare.

A.B.: Sogni di vincere un premio?
L. B.: Di concorsi ne ho vinti vari, ma servono poco alla crescita professionale. Se invece si intende un premio generico, non gioco mai.

A.B.: Ascolti mai musica techno quando disegni? O magari invece dance industrial?
L. B.: No, ascolto musica in continuazione, ma generalmente musica tranquilla, colonne sonore. Il mio autore preferito in questo senso e’ Joe Hisaishi.

A.B.: Cos’è che non si deve MAI fare prima di iniziare a disegnare?
L. B.: Fumare troppe sigarette. Poi trema la mano!!! Eh-eh-eh!!

A.B.: E per finire.. un messaggio che pensi di dover assolutamente condividere con gli altri!
L. B.: L’Arte e’ qualcosa di Grandioso. Io mi sveglio la notte pensando che sto perdendo tempo a dormire. E vorrei trasmettere qualcosa a chi guarda i miei lavori. E se anche uno solo dovesse dirmi che è cosi, io sarei la persona più felice del mondo.

Alessandro Bottero - Dicembre 2006

Gianluca Piredda: intervista esclusiva - nov 2006


Un’altra titanica, ciclopica, monolitica, debordante intervista ad opera del vostro uomo a Marrakesh. Vittima del fato, che infiniti lutti addusse agli Achei, oggi è Gianluca Piredda. Gianluca è attivo nel mondo del fumetto dal 1991, e ha fatto una infinità di cose. L’ultimo suo fumetto pubblicato qui da noi è Warrrior Nun Areala: No Justice per la Bottero Edizioni.
Ma in Italia lo conoscono in pochi. Perché? Come mai? Cosa c’è dietro questo mistero? O come direbbe Svetonio Cesare: “Cui Prodest?”.
Gianluca Piredda è sardo (di Sassari, per l’esattezza), e la cosa si nota quando parla di mirto o fil de feru. Un po’ meno quando suona le Launeddas, perché le suona malissimo. E’ fidanzato, è caustico, è pungente, e nella sua testa ci sono sei miliardi di storie. Questa è una di quelle.

INTERVISTA

1) Ci fai una breve cronistoria dei tuoi lavori ad oggi?

Gianluca Piredda: Dal 1991 ad oggi ho fatto una lunga serie di cose di cui vado molto fiero e altre di cui non mi importa niente. Ho esordito pubblicando battute su Comix (la rivista), poi ristampate su diari;
ho scritto per diverse riviste e quotidiani nazionali e regionali; nel 1992 ho creato la mia prima strip umoristica dal titolo “Nelson & Kirby”, vista molto poco in giro, e creata insieme a Roberto Di Scala, uno dei miei migliori amici che oggi fa il traduttore professionista. Nel 1997 la mia prima miniserie e nel 1999 l’approdo in America. Nel 2000 pubblico Winds of Winter per la Antartic Press in america e in Italia con la King Comics, che presto diventerà un film, e che mi ha fatto conoscere alla critica e al pubblico d’oltreoceano. L’ultima serie “importante” che ho scritto si intitola “Free Fall”, disegnata da EricJ e inchiostrata da Jimmy Palmiotti. E’ stato un buon successo anche in Germania. Oggi scrivo per la Image e collaboro con Negative Burn. E poi altre cose.

2) Hai letto Guerra e Pace? Aiuta a saper scrivere?

L’ho letto ai tempi di scuola. Penso che la lettura in genere aiuti a scrivere, non soltanto i classici.

3) Hai collaborato molto con la Antartic Press. Che tipi sono?

Brave persone. Ben Dunn è un caro amico e mi apprezza molto. E’ stato lui a chiedermi di creare una miniserie di Areala che andasse oltre la serie regolare. Purtroppo poi Ben ha venduto la casa editrice e c’è stato un cambiamento di rotta nella produzione. No Justice si è fermato al numero uno.

4) Che ne pensi dell’American Manga?

Credo si sia evoluto molto e che abbia dato qualcosa di interessante al mercato americano.

5) Tu sei nato all’epoca delle Fanzine. Perché le rimpiangi?

Non sono proprio nato sulle fanzine, ma ho collaborato con alcune. Ho scritto su Fumettomania, quando era diretta da Luca Boschi, e ho scritto qualcosa anche per Nuvole. Le fanzine sono delle ottime palestre, soprattutto per i giovani talenti che vogliono emergere o imparare a fare fumetto.


6) Qual è il tuo metodo di lavoro quando scrivi una storia?

Penso ad un tema, mi faccio venire in mente qualcosa che mi interessi e lo sviluppo. Scrivo spesso di notte per motivi pratici: di giorno ho spesso mille cose da fare. Prima di sedermi al computer la storia me la scrivo e me la disegno a mente. Anzi, me la vedo come un film. Poi sceneggio vignetta per vignetta.

7) So che collabori con uno studio brasiliano. Perché questa scelta?

I ragazzi della Lynx sono fenomenali. Romulo ha dato tanto al mercato brasiliano e penso che sarebbe molto utile un qualcosa di simile anche in Italia. Loro li ho conosciuti per caso ed è stata subito simpatia. Hanno talento e voglia di fare. Hanno disegnato alcune mie storie brevi e presto uno di loro disegnerà una mia nuova miniserie. Mi hanno offerto di scrivere la seconda miniserie di “The Season of the reaper”, un western che stanno facendo per l’Arcana Press. Ho accettato e ci stiamo lavorando proprio ora.

8) Che musica ascolti? Ti aiuta mentre scrivi?

Tutta la musica, ma sono da sempre un collezionista dei Pink Floyd. Adoro anche il power metal, e soprattutto i Rhapsody.
Non credo che la musica mi aiuti. Anzi, talvolta mi distrae, e se voglio “chiasso” quando scrivo preferisco un talk show o un telegiornale piuttosto che della musica.

9) Carly Simon è una delle cantautrici più affascinanti che esistano?

Sto passando in rassegna tutte le altre cantautrici… Mi cogli impreparato: l’ho sempre e solo vista sulle copertine dei dischi e mai in “movimento”…

10) Che ne pensi del fumetto politico?

Che non mi interessa. Mi piacciono le vignette satiriche, ma le storie politiche no. Quando scrivo voglio raccontare una storia, non indottrinare gli altri.

11) Secondo te Lucca Comics ha un senso?

Certo che ha senso! Purtroppo ci vado di rado, meno di quanto vorrei, ma ha senso eccome! Come hanno senso tutte le manifestazioni di settore.

12) Tre buoni motivi per non lavorare con editori e/o autori italiani.

Non ci sono, perché ci sono una marea di editori e di autori con cui lavorerei volentieri anche subito, e altrettanti con cui non berrei nemmeno un caffé.

13) Tre buoni motivi per lavorare con editori e/o autori italiani.

Stessa risposta di prima. Non avrei problemi a lavorare, per esempio, con Bonelli, Pavesio, Italy Comics, Eura, Astorina perché sono 1) professionali 2) sono realmente editori 3) non hanno una mentalità limitata.

14) Secondo te autori ed editori si stimano?

Mi conosci, se non stimo una persona questa mi può riempire di soldi ma gli dico di no. Quindi lavoro solo con chi stimo. Per gli altri non so rispondere. E’ vero comunque che nel settore ci sono troppe polemiche inutili.

15) Narwain: cos’era? E soprattutto PERCHE’?

Credo fosse una casa editrice. Poteva fare cose buone ma ha fatto le sue scelte. Per il resto, no comment.

16) Hai collaborato brevemente con la Star. Pensi che Strike potesse funzionare o era un progetto morto in partenza?

Credo molto nelle riviste antologiche. Se fatte bene funzionerebbero. Strike poteva essere interessante ma era un prodotto morto in partenza. Storie disomogenee, stili e generi che non c’entravano niente l’un l’altro e cose riciclate. Per quella rivista ho scritto un’articolo, ho fatto un’intervista a Paolo Seganti e ho tradotto una storia bellissima di Bryan Talbot, un’anteprima della sua Alice.

17) Qual è il capitale minimo secondo te, necessario per iniziare a fare l’editore “serio”?

Non è tanto una questione di capitale, quanto una questione di intelligenza. Se uno vuole essere una “Mondadori", allora ha bisogno di milioni e milioni di euro. Ma se uno sa giocare bene le sue carte crescerà da se. Basta avere spirito imprenditoriale e conoscenza del mercato.

18) Già che ci siamo, chi è un editore “serio”?

Uno che pubblica professionalmente e non per gioco, per noia, per hobby. Uno che ha qualcosa da dare al mercato.

19) E chi è un editore poco serio?

Chi sfrutta i giovani autori e quelli che pubblicano materiale pirata. E’capitato.

20) E un autore poco serio?

Uno che non lavora dando il massimo, fregandosene dei lettori, e non rispettando le date di consegna. Per come la vedo io, noi non lavoriamo per degli editori ma per i lettori. Gli editori vanno e vengono. I lettori sono sempre gli stessi. Fargli pagare un prezzo di copertina per qualcosa di non valido è poco serio.

21) Tu usi molto internet, ma a differenza di altri non sei presenzialista sui forum o sui blog dedicati ai fumetti. Perché?

Lavorando per l’estero Internet mi è molto utile per comunicare con lo staff: Email, messaggerie e cose simili.
Non mi piacciono molto i forum. Li trovo interessanti perché i lettori si sfogano e scrivono sempre cose di cui dovremmo tenere conto. Ma partecipare attivamente alle conversazioni, firmandomi nome e cognome, e magari facendo un po’ la star del momento non i piace. Qualche volta ho postato su dei forum quando si parla di me, per ringraziare.

22) Parliamo di teatro. Ti piace? Shakeaspeare? Amleto è meglio di Re Lear?


Beh, avendo pubblicato Winds of Winter in Italia sai che ho dedicato quella storia proprio a Shakespeare, mito dei miei quattordici anni. Ho letto tutto e lo adoro. Credo che solo [...frase cancellata su richiesta dell'intervistato...] mi batta. Amleto, comunque, è la mia scelta.
Il teatro mi piace. Odio i musical e mi piace la commedia all’Italiana, quella classica e quella di Garinei e Giovannini.

23) Alan Moore ti piace?

Non è il mio autore preferito.

24) E’ meglio un fumetto di Alan Moore che non vende, o uno di Nizzi che vende?


Nizzi mi piace veramente, quindi lo sceglierei a prescindere.

25) Che telefilm adori?


Lavorando per la rivista Series ho modo di vedere un sacco di telefilm. I miei preferiti sono Arrested Development, My name is Earl, Weeds, Scrubs, Will & Grace, ma anche tanti “seri” come Smallville, Shield, Law and Order, Criminal Intent, Boston Legal. Seguo molto Fox Crime.

26) E quali invece vedi con una moderata passione?

Desperate Housewives. Non mi dispiace ma non mi “acchiappa”.

27)
Buffy o Star Trek?

Buffy!

28) Segui
Lost o pensi che sia una immonda fesseria?

Non lo seguo per motivi di orario, ma Jeph Loeb è una garanzia.

30) Torniamo ai fumetti. Tre opere BASILARI.

Ne dovrei consigliare una dozzina, per le varie evoluzioni del fumetto…
Ma le mie tre scelte, in questo momento, vanno su 1) Flash Gordon 2) La storia di un topo cattivo 3) corto maltese.

31) Tre opere invece carine ma superflue.

Non esistono opere superflue.

32) E per finire tre cose da evitare come la peste.


I fumetti fatti tanto per fare.

33) Progetti futuri?

Ho appena finito il primo numero della seconda miniserie di The Season of the Reaper; sto scrivendo una nuova serie che mi piace un sacco e sto scrivendo altre short per Negative Burn (Image Comics). Poi ho un’idea per l’Italia…

34) L’animazione per te è importante? Preferisci
Shrek o gli Incredibili?

Secondo me fumetto e animazione dovrebbero prendersi ancora di più a braccetto. Shrek mi ha divertito di più, ma tecnicamente mi piace di più gli Incredibili.

35) Hai visto Gli Insoliti Sospetti? E La Gang del Bosco?

Quelli purtroppo no. Ma gli insoliti sospetti mi incuriosisce. Ho visto solo i trailer.

36) Guardando Alla ricerca di Nemo ti è mai venuta una voglia irrefrenabile di frittura di pesce?

Niente pesce fritto, mi piace arrosto. E me ne hai fatto venire voglia tu, ora…

37) Sei assuefatto al fast food? Meglio un Crispy McBacon, o un double cheeseburger?

Non mangio fast food. Sono per lo slow food italiano, soprattutto per la cucina mediterranea. Sono una specie di salutista (una specie perché non sono fanatico): mangio sano, non bevo (al massimo una birra analcolica), non fumo, passo molto (troppo) tempo in palestra e sono contrario a tutte le droghe.

38) Secondo te perché l’aggettivo “commerciale” ha un sapore così negativo nel mondo del fumetto?

Ha un sapore negativo in tutti i mondi, ma solo per quelli che credono di essere artisti. E che non vendono…

39) Il numero di copie vendute è indice di qualità? E se no, di cosa è indice?

E’ indice di gradimento e di promozione. Ci sono personaggi che non vendevano niente e hanno iniziato a vendere dopo aver cambiato editore.

40) John Wayne o Marlon Brando?

Brando tutta la vita!

41) Sentieri Selvaggi è il miglior film western mai realizzato? E se no, perché?

No, perché ancora non era arrivato Sergio Leone. Quelli erano western!

42) Cosa leggi di solito? Romanzi, saggi, incunaboli del VII secolo?

Pochi fumetti. Romanzi tanti, spesso noir e thriller soprattutto americani. Grisham, Connely, O’Connell, Ken Follett. E colleziono libri di vario tipo, tranne incunaboli del VII secolo: fanno troppa polvere.

43) Il fantasy è un genere deteriore per il fumetto? Se un giovane si mette a disegnare o scrivere storie fantasy è davvero vittima di un onanismo di fondo?

Il fantasy mi piace poco da leggere ma mi diverte da scrivere. Deteriore per il fumetto? Non credo. Se un giovane si mette a disegnare ha le mani occupate. Come può essere un onanista?

44) Cosa ne pensi dei mega centri commerciali?
Che non ce ne sono abbastanza! Ci passerei le giornate. Penso siano dei buoni posti in cui aprire una fumetteria.

45) E dei fumetti allegati ai quotidiani a poco prezzo?

Anche in questo caso: che non ce ne sono abbastanza! Mi piacciono, penso facciano bene al fumetto

46) Un autore italiano che bisognerebbe riscoprire.


Tanti, tutti i “grandi vecchi”. Ma penso che Gianluigi Bonelli sia il primo da mettere nella lista: un vero innovatore. E Bonvi a seguire.

47) Un autore italiano (anche vivente) che invece ci farebbe bene dimenticare.

Non mi viene in mente nessuno. Magari quelli che spacciano il porno come arte.

48) L’autopromozione è importante per un autore?


Sì: se vuoi ottenere i risultati migliori devi muoverti da solo, senza aspettare quelli dell’ufficio marketing.

49) Che ne pensi delle fiere del fumetto?

Divertenti, ma spesso sono solo delle mega fumetterie. Bisognerebbe puntare maggiormente sugli ospiti, come capita in America. Li ne hanno un milione, di fiere, e in tutte, anche la più piccola, trovi una marea di ospiti. Più attrazioni hai, più biglietti vendi-

50) Che messaggio vuoi darci che sintetizza il tuo pensiero?


Non amo dare messaggi. Penso che i messaggi migliori si sentano alla domenica mattina.

Alessandro Bottero - Novembre 2006

Paola Barbato: intervista esclusiva - Bilico - apr 2006


intervista esclusiva a Paola Barbato - in "Bilico" tra fumetti e romanzi

Paola Barbato: "Bilico" - romanzo, 322 pagine, 17.00 € - Rizzoli

di mdb

Non ho mai smesso di scrivere. Che sia una scrittrice è da provare, non mi sono mai confrontata davvero con pubblico e critica. Non ne sento la necessità, ma se dovesse capitare non mi tirerei certo indietro.
Questo aveva dichiarato Paola Barbato, lo scorso ottobre, allorchè l’avevamo avvicinata con una scusa qualsiasi per poi tramortirla di domande, a cui aveva risposto fin troppo cortesemente, salvo poi trincerarsi dietro un laconico riserbo per quello che riguardava la possibile pubblicazione del suo primo romanzo, “Bilico”.

La cosa ci aveva insospettiti e ci aveva fatto ben sperare, per una volta a ragione: “Bilico” è in uscita per Rizzoli”, e noi siamo qui a riparlarne con Paola, che ci ha avvicinati con una scusa qualsiasi per poi renderci la pariglia e mantenere la parola spesa incautamente.

Anche se stiamo ancora aspettando la sua celebratissima piccata lombarda

A – EDITORI

mdb: – Ciao Paola, dunque è andata bene? Posso smettere di incrociare le dita?

Paola Barbato: Considerato che ho un appuntamento fisso con la sfiga no, cortesemente ti chiederei di tenerle allacciate a vita.

mdb: – Ehmm… Occhèi! Adesso ci puoi raccontare come sono andate le cose?

Paola Barbato: Le cose sono andate in una maniera devastantemente semplice.
Ma proprio roba da vergognarsi. (Parte la musica di sottofondo)

Estate 2004: il sito www.ipinguini.com mi chiede se voglio pubblicare online un racconto.
Io di racconti non ne ho, dovrei scriverlo e non mi va, non mi sento ispirata. Poi un pomeriggio, passeggiando coi cani in campagna, ripensando a Dickens e ai suoi romanzi a puntate, e a KingIl miglio verde", mi viene l'idea di pubblicare un romanzo a puntate.
che ha tratto nuova linfa da "

Da sborona lo propongo al sito come se il romanzo ci fosse già, pensando che mi avrebbero risposto di no. E invece il webmaster Mauro Smocovich risponde di sì. Un capitolo la settimana. Non avevo idea di cosa sarebbe diventato il romanzo, non sapevo la fine e nemmeno l'inizio, soltanto chi fosse l'assassino... e che non doveva essere questo il punto. L'ho scritto divertendomi come una pazza, 24 capitoli che cominciavo senza mai sapere dove andavo a parare. Una volta finita la pubblicazione a puntate, dopo un po', due microeditori mi hanno contattata per un'eventuale pubblicazione.

Mi sono trovata costretta a farlo cancellare in fretta e furia dal sito e a depositarlo in SIAE.

Naturalmente i due micro non si sono degnati manco di rispondere. Nessun problema, ho proseguito la mia vita. Un giorno sul mio blog mi ha scritto un "tale Giuseppe Genna" che voleva gli rispondessi. L'ho ignorato (no, dico, abbiamo presente di quanta gente mi chiedeva amabile corrispondenza?), ma il mio editor della Bonelli, Mauro Marcheselli, a cui sono molto grata, ha insistito perchè gli scrivessi.

Genna mi ha detto di collaborare con la Rizzoli e mi ha chiesto se avevo mai scritto in prosa.
Gli ho mandato il libro e lui è sparito. Anche lì mi sono messa tranquilla, succede mille volte. Ma un pomeriggio il mio cellulare ha squillato: "Sono Stefano Magagnoli, responsabile della Letteratura Italiana della Rizzoli. Può venire a Milano SUBITO a firmare un pre-contratto?". Mi sono cambiata, sono andata a Milano e al mio ritorno la bozza di contratto era fatta.
(L'orchestra può smettere di suonare, grazie.).

mdb: – Ah! Ah! Messa così in effetti sembra facile… Parliamo del libro: “Bilico”, come hai ricordato, ha avuto una gestazione abbastanza originale, dato che è stato scritto capitolo per capitolo, mano a mano che veniva pubblicato, sorta di “romanzo a puntate on line”: hai dovuto correggere molte cose per la stesura definitiva?

Paola Barbato: Molte, soprattutto dal punto di vista medico, grazie all'amico Rem, anatomo-patologo che me l'ha corretto facendomi le pulci su tutto. Poi è ovvio, io l'ho scritto spensieratamente, c'erano dei passaggi da rivedere, una marea di errori proprio grammaticali, di sintassi, CONGIUNTIVI! Per la versione definitiva da mandare in Rizzoli lo abbiamo corretto in 3, poi in Rizzoli lo abbiamo ricorretto in varie persone.

mdb: – Le revisioni sono state più o meno “drastiche” di quelle che subiscono i tuoi soggetti in Bonelli?

Paola Barbato: Meno. Anche se i capitoli sono diventati 26, mi è stato chiesto di spiegare meglio, elaborare certe scene e ampliare alcuni concetti, così come tagliare delle ripetizioni inutili. Ma la trama non è stata minimamente toccata, e altrettanto vale per i personaggi.

mdb: – Come trovi il risultato finale, rispetto alla prima stesura?

Paola Barbato: Migliore. Beh, insomma, come la differenza di uno sgorbio disegnato da un bambino di 3 anni e il disegno di un bambino di 10.

mdb: – Ritieni che la tua esperienza con i fumetti abbia in qualche modo condizionato il risultato di quello che è, a tutti gli effetti, il tuo romanzo di esordio? A parte aiutarti ad abbozzare sulle correzioni imposte dall’alto…

Paola Barbato: No, su quello ho combattuto ancora come una leonessa anche quando avevo torto marcio e lo sapevo. Piuttosto sono stati i puntini. Nei dialoghi a fumetti ti insegnano a mettere una miriade di puntini... Bene, in "Bilico" c'erano più puntini che parole!

B – CONTENUTI

mdb: – Non sei decisamente una buona promotrice di te stessa, ma se dovessi convincere un lettore di DYD a leggere “Bilico”, su che cosa punteresti?

Paola Barbato: Su niente. Non sono una buona promotrice di me stessa. Io mi divertirei a leggerlo. Soprattutto tra le righe. Ma i miei gusti mi sa che non fan testo.

mdb: – E per convincere uno che DYD non lo legge?

Paola Barbato: Idem come sopra.

mdb: – “Bilico” è una storia che verte essenzialmente sul dualismo “essere e apparire”, oltre che sulle tematiche del “doppio” e della sopraffazione: nessuno è quello che sembra, o quasi, e quasi tutti i personaggi tendono a sfruttarne degli altri in una ipotetica “catena alimentare” delle perversioni, palesi o nascoste.

Paola Barbato: Sì. Beh, un ritratto abbastanza fedele della società odierna, che dici?

mdb: – Eh, temo proprio di dover dire di si…

Paola Barbato: Comunque l'intento non era filosofastro. Solo che io il mondo lo vedo e lo vivo così. E come tale lo dipingo (chi ha letto, nel bene o nel male, i miei DYD lo sa).

mdb: – Ti sei sempre distinta per la caratterizzazione “a tutto tondo” dei comprimari sulla serie di DYD: mi pare che in “Bilico” tu ti sia potuta sbizzarrire, sia per via del parco personaggi, sia per il fatto che trattandosi di letteratura “pura” e non disegnata, hai potuto tratteggiare dei caratteri complessi, senza lasciare molto alle interpretazioni dei lettori. Come ti ci sei trovata, ad avere tutto questo campo libero?

Paola Barbato: LIBERA!

mdb: – C’è qualche clichè di personaggio che hai mutuato da precedenti comprimari apparsi su DYD, o viceversa, c’è qualche personaggio che conti di poter proporre sulla serie dell’Indagatore dell’Incubo?

Paola Barbato: No, no, no. I personaggi di "Bilico" sono troppo "forti" per Dylan Dog. E infatti i miei comprimari sul fumetto sono sempre un po' trattenuti, perchè resta comunque un fumetto, e dare un'immagine della società così come la vedo io non è tanto un bel messaggio, nemmeno se lo penso. Perchè a differenza di Tiziano io non vedo buoni e cattivi. Solo cattivi e cattivi più furbi. O al limite vittime e carnefici.

mdb: – Luigi Piccatto aveva dato una definizione molto azzeccata: “In ogni cosa che scrive c’è un pezzo di sé”. Vale anche per “Bilico”?

Paola Barbato: Sì, è Vangelo.

mdb: – Qual è il personaggio in cui hai messo più di te, a parte la protagonista, Giuditta Licari?

Paola Barbato: Io sono TUTTI i personaggi, ho preso un pezzo del peggio di me e da quello li ho creati. Tranne i due comprimari principali maschili, cui il libro è dedicato, che esistono davvero. Lo ho romanzati ed estremizzati (uno più dell'altro) e certo conoscendoli mi sono compiaciuta di poterli muovere come prevedevo avrebbero fatto in realtà... quindi anche in loro un po' ci sono io...

mdb: – Ah! Ah! Presenzialista… Sei sempre stata una lettrice vorace: c’è qualche autore che ti ha particolarmente colpito, o a cui senti di dovere qualcosa a livello di ispirazione?

Paola Barbato: Ho sempre fatto brutta figura dicendo che non ho maestri. La rifaccio: non ho maestri. Ma ho sempre ammirato chi, come Stephen King, riesce a tratteggiare la personalità di un personaggio in modo da renderlo "vivo". Ma in tutta franchezza non riesco a sentire di dover niente a nessuno. Chi mi ha insegnato la maggior parte delle cose me l'ha insegnato sulla pelle. E la chiudo qui.

C – DYLAN DOG

mdb: – Ok. Però il nostro sito si chiama “Fumetti di Carta” e quindi non oso pensare che fine faremmo se non ti chiedessimo qualcosa anche di “Dylan Dog”. Innanzitutto, possiamo tranquillizzare i tuoi (nemmeno pochi, a differenza di quanto dici) fans, confermando che non hai intenzione di lasciare Dylan? In fondo, se sono arrivati a leggere fino a qui, una risposta se la meritano, no?

Paola Barbato: Non ho nessuna ragione per lasciarlo. Perché farlo? Mi diverte, è un buon lavoro, ho dei datori di lavoro eccellenti, mi pagano...
Perchè lasciarlo? Se "Bilico" dovesse andar bene avrei forse meno tempo, certo. Ma è proprio tutto da vedere e dimostrare.

mdb: – Della tua ultima fatica sulla serie regolare abbiamo parlato succintamente nelle nostre minirecensioni istantanee A Sangue Caldo: commenti? Pensi che siamo troppo buoni perché sei una donna?

Paola Barbato: No, perchè ti sto simpatica.

mdb: – Ehmmm… io parlerei più di affinità elettive… Ma prima di perdere quel residuo di credibilità che mi resta, torniamo in argomento: ultime fatiche in corso di pubblicazione?

Paola Barbato: In corso di pubblicazione solo il ventennale e il gigante.
Altri albi pronti (3 o 4) non so quando usciranno.

mdb: – E le prossime fatiche?

Paola Barbato: Sto lavorando, ma che ti credi?

mdb: – Eh, sai, ora che stai per diventare famosa… Sempre ad ottobre ti eri detta possibilista sull’eventualità di battere nuove strade, sempre in Bonelli, salvo poi trincerarti dietro un laconico “no comment” alla richiesta di dettagli o indiscrezioni. A distanza di sei mesi, e per quanto questo intervallo di tempi sia minimo considerando la scrupolosa prudenza con cui in Bonelli si valutano le nuove intraprese (specie in un periodo come quello attuale) come si è evoluta la situazione?

Paola Barbato: Non si è ancora evoluta.

mdb: – Cazzo, non dirmi che dobbiamo tornare ad incrociare le dita…

Paola Barbato: AVEVI SMESSO????

Aprile 2006

Carlos Trillo: intervista esclusiva - giu 2006


All’inizio del mese di giugno, durante il bellissimo stage di Montimages nell’altrettanto incantevole La Salle, un paese che si arrampica sulle Alpi della Val d’Aosta, abbiamo avuto modo di partecipare ad un workout di sceneggiatura in cui il maestro Carlos Trillo esponeva il suo approccio e la sua visione del Fumetto.

Mattine e pomeriggi di duro (???) lavoro e la sera, un amletico dilemmma: godere dei duemila comfort dell’Hotel a cinque stelle dove soggiornavamo aggratis oppure intervistare per il sito il grande maestro argentino?

Da appassionati, il dubbio non si poneva.

Di Carlos Trillo ci ha colpito subito la grande semplicità, sia nell’atteggiamento con cui ci ha accolti al nostro arrivo che nel modo di porsi di fronte alla passione ed alla professione del Fumetto.
Semplicità che gli fa ideare le storie più eteree ed affascinanti e che rende tutto possibile, quasi naturale.

Oltre alla sua cortesia e pazienza… che lo ha portato a ri-concederci l’intervista dopo che la prima era terminata ed il registratore si era inceppato registrando solo le iniziali frasi di saluto.

Ma facciamo finta di niente ed andiamo a (ri)cominciare.

Va bene, se per l’intervista, ci diamo del tu?

Carlos Trillo: Sono due giorni che ci diamo del tu, vedi un po’ tu (sorriso).

Okay allora, la prima domanda, introduttiva, è questa: come scrittore, come uomo che vive di parole dovrebbe essere semplice autodefinirti, come vedi te stesso come scrittore e come persona?

C. Trillo: Semplicemente sono un argentino che scrive fumetti.

Da sceneggiatori in erba a sceneggiatore affermato e prestigioso, una domanda didattica, qual è il tuo approccio a questa professione e come si è evoluto negli anni?

C. Trillo: Agli inizi non scrivevo solo sceneggiature di fumetti.
Ho lavorato in pubblicità, ho lavorato per riviste umoristiche. Poi, pian piano, ho iniziato la mia carriera di sceneggiatore mentre facevo queste altre cose e questo mi ha influenzato.
Anche le primissime esperienze nel settore sono state fondamentali. Ho cominciato con Loco Chavez disegnato da Horacio Altuna e Un tal Daneri con Alberto Breccia; lo stesso giorno entrambi mi hanno portato i disegni delle due serie. Nello stesso momento ho visto entrambe le storie realizzate ed è stato, per me, un momento molto emozionante e stimolante.
Da quel momento ho iniziato a fare fumetti a livello professionale.
Gli altri cambiamenti sono stati “esterni”. Mi hanno iniziato a chiamare disegnatori ed editori e, diciamo che, in quel periodo, ho trovato la porta aperta.
Mi sono accorto di riuscire a poter pagare l’affitto, le bollette e la scuola per i figli con il mio lavoro nel campo dei fumetti; era il 1986, erano passati 12 anni dal mio esordio.

Per quanto riguarda l’approccio, ho bisogno di un idea. Un’idea forte che possa alimentare la storia. Adesso sto lavorando su un’idea che si può formulare cosí: un gruppo di bambini trovano un elefante scappato da un circo e lo portano a casa. E i genitori mai si renderanno conto di avere un elefante a casa! Se hai questo inizio si può andare avanti con la sicurezza di non rimanere mai senza materiale per sviluppare storie: hai un elefante, hai un gruppo di ragazzini, hai un padre e una mamma che abitano in una casa invasa da un elefante senza rendersene mai conto. Se tiri il “filo” iniziale vengono fuori tante idee divertenti.
E la storia, di due pagine, autoconclusiva comincia ad andare avanti senza problemi. In questo caso, la storia si chiama Ele. Ho pensato anche una frase di lancio per il mio agente: “Ele, o how to hide an elephant at home without mom noticing”.

Tra le tue ultime opere apprezzate in Italia c’è il ritorno di Borderline ed i volumi di Zachary Holmes. In queste come in molte altre tue opere noto un elemento ricorrente che è quelo di partire da un assunto di base per poi volare con la fantasia. Qual è il tuo rapporto tra realtà ed immaginazione?

C. Trillo: Bhe, le storie estremamente realistiche non sono le mie preferite, non mi piacciono. Sento il bisogno di uno spunto fantastico per “agitare le acque”. Il fumetto è uno strumento per rendere complici lettori ed autori con questi ultimi che hanno il compito di portare i primi nel loro mondo e farne accettare allegramente le regole.
Se stai scrivendo un western e riesci a far credere di far volare un cavallo… beh, hai vinto!

Nelle tue storie, anche comiche, si sente spesso una malinconia di fondo. Quanta di questa malinconia è proiezione del tuo carattere?

C. Trillo: Anche una persona felice non è felice per tutto il tempo. Spesso noi fumettisti ci sentiamo, io mi sento, come Garrik il pagliaccio inglese che faceva divertire tutti, ma che dentro di sé era profondamente triste.
I fumettisti sono gente timida, siamo gente timida.
Ne conosco moltissimi forti, decisi quando c’è da criticare il sistema, feroci umoristi, senza mai fare sconti, ma che, dal vivo sono schivi, timidi che “sfuggono appena siamo in tre”.

Un’opera a cui siamo molto legati è Borderline che insieme a Spaghetti Bros, Cybersix, Custer e tanti altri ha la caratteristica di elevare il paesaggio, lo sfondo a vero e proprio ruolo di personaggio, spesso vero protagonista. A chi o cosa ti sei ispirato per la creazione di questi straordinari “personaggi”?

C. Trillo: Innanzitutto l’ho sempre considerato un personaggio. Il paesaggio E’ un personaggio, atipico, ma sempre importante.
Anche lo sfondo bianco di una vignetta è importante perché calamita l’attenzione in un punto preciso, lo stesso dialogo per strada od in uno strano bar non è la stessa cosa, anche una situazione può diventare lo sfondo, il cuscinetto, per accogliere la storia in modo diverso.
In una storia c’è una ragazza matta che parla solo con una bambola e questo ha un effetto su tutto il resto della narrazione.
Oesterheld mi disse che, per lui, un grande personaggio è la Morte. Se l’interesse nella storia stava calando, allora ammazzava qualcuno di importante. Ho scosso le fondamenta della storia, sono costretto a cominciare daccapo.
In fondo, ritenendo il paesaggio un personaggio con pari dignità degli altri, per la sua creazione seguo il procedimento che seguo per tutti gli altri. E’ un bisogno mio e della storia.

Custer anticipava tematiche (riprese poi da Truman Show o Ed TV) molto importanti ed attuali. Come vedi, oggi, l’evolversi dei media?

C. Trillo: Secondo me certe idee “sono nell’aria”. Custer (Private eye femminile che accetta di farsi seguire durante tutta la sua vita dalla tv – nota) può essere considerato la prima parodia dei reality. Credo ci sia poco da aggiungere.
Nel 1984 Jordi (Bernet il disegnatore – nota) ed io siamo stati… (sorriso) profetici come, del resto, spesso è la science fiction, genere al quale Custer si rifaceva.
Forse chi ha ideato Truman Show non ha mai letto questo fumetto, forse l’ha fatto, semplicemente le cose stavano andando già in quella direzione.
Custer ci era stata commissionata come opera di fantascienza. L’editore voleva fortemente una storia di dischi volanti solo che il disegnatore non ci si sentiva a proprio agio.
La soluzione è arrivata concentrandomi su una fantascienza in auge in quel momento, quella dello “spazio interiore”. Quindi è nata una storia in cui il mostro alieno si rivela essere dentro di te ma che poteva essere disegnata come una vicenda degli anni ’50.

Secondo te, come critico, se dovessi mettere dei capisaldi nelle principali produzioni fumettistiche mondiali, quali opere ed autori metteresti?

C. Trillo: E’ una domanda difficile (pausa), per il sudamerica sceglierei Mafalda e l’Eternauta mentre per l’Italia… Corto Maltese.
Per la Francia lo è ancor di più perché sono molto incuriosito dalle cose che non faccio e che non so fare come i lavori di Sfar o Tronhdeim.
Le opere giapponesi in sudamerica non vengono pubblicate facilmente. E’ interessante anzitutto notare la profonda diversità tra la loro morale e la nostra ad esempio nel rapporto tra sessualità e fumetti.
Reputo però le opere di Miyazaki notevoli e molto affascinanti.
Il mercato americano lo conosco molto meno, apprezzo però moltissimo l’universo Vertigo.
I supereroi non li conosco molto, forse soffro del fatto che gli Stati Uniti vengono visti come i “cattivi” in Sudamerica e le loro icone soffrono di questo transfer. Personalmente non sarei interessato a confrontarmi con i supereroi.

(Pausa degli intervistatori...)

C. Trillo: Che c’è?

Ehm… la prossima domanda era, appunto l’attimo nerd, se hai mai avuto il desiderio di scrivere supereroi, ma… mi sa che possiamo passare oltre.

C. Trillo: (risata) Si, credo proprio di si.

Un grande cantautore italiano, Guccini, dice a proprosito delle canzoni degli altri “non si dice che è bella o brutta, ma… perché non l’ho scritta io!”
Qual’è, se c’è, un fumetto di un altro scrittore che ti sarebbe piaciuto aver scritto?


C. Trillo: (sorriso) Non c’è. A me piace tanto anche leggere le storie degli altri e, come lettore, mi piace tantissimo leggere una bellissima storia di un altro.

Domanda di rito, ma alla quale siamo molto curiosi, quali sono i tuoi progetti futuri?

C. Trillo: Sto lavorando sulla storia della fondazione della città di Buenos Aires. E’ una storia strana ed affascinante. Buenos Aires, una città fondata due volte.
Nel 1536 giunse alle foci del Rio della Plata una colossale spedizione dalla Spagna. Gli spagnoli erano dell’idea che alle foci del fiume si nascondesse un immenso tesoro.
Non era vero.
Su 1550 componenti iniziali ne sopravvissero solo in 400. Furono decimati dalle condizioni durissime che trovarono, dalla fame e dalla sifilide. I sopravvissuti furono costretti persino a mangiarsi l’uno l’altro per sopravvivere.
Erano presenti tanti nani, figure quanto mai affascinanti, e tante donne.
Si scoprì durante la permanenza che, nonostante fosse vietato, molte donne erano presenti, travestite da uomo dai loro compagni che le avevano portate con sé per il motivo più vecchio del mondo.
La spedizione era guidata da un pazzo ammalato di sifilide che vaneggiava di fronte alla Vergine Maria e che aveva fatto uccidere il suo vice per paura di essere sostituito, ma il suo destino non fu diverso dagli altri.
E’ stato il lavoro di un anno; un anno ad investigare nelle pieghe della Storia.
E’ un’opera ancora in fase embrionale che dovrebbe uscire nel corso del 2007 e disegnata da un esordiente, Pablo Tunica, finora impegnato nel campo della pubblicità ma in possesso di un’enorme talento e che, sono sicuro, si saprà affermare.

Vittorio De Sica una volta disse che Il cinema è un’industria che ogni tanto produce arte, frase spesso da te parafrasata per il fumetto. Come vedi questo futuro dei comics?

C. Trillo: Continuerà.
Questo mondo continuerà.
Continuerà ad avere storie e personaggi seriali e storie e personaggi d’autore e tutto il resto. Come la letteratura e come il cinema.
Nel cinema è più difficile non farsi risucchiare nella macchina produttiva perché è un media che ha bisogno di molto più denaro per vivere.
I fumetti sono economici, siamo in due, guadagniamo di meno ma ci piace ed è un media che ti da più controllo su di lui.
La letteratura anche.
Hanno a che fare con l’immaginario della gente. Il marketing non è poi così infallibile quando si cimenta con loro.
Basta vedere il caso Dan Brown. Ha detto cose, più o meno, già sentite e risentite, perché ha scatenato un tale dibattito? Come mai l'Opus Dei si è così arrabbiato?
Forse è tutta un’invenzione dell'Opus Dei? Avrebbero fatto tanti soldi e tanta pubblicità.
Magari Dan Brown è un prete.
Oppure questa potrebbe essere la storia per un fumetto!

Ah ah ah! Mi sa che abbiamo finito Carlos.

C. Trillo: Veramente? Controllate il registratore per prudenza.

Tutto a posto, grazie.

C. Trillo: Vi posso offrire un caffè?

Stavolta paghiamo noi, ci sembra il minimo.

Frank 76 e James not Jemas - Giugno 2006

Francesco Artibani: intervista esclusiva - giu 2006


Esiste nel mondo del fumetto italiano un dato di fatto evidente a chi voglia essere sincero con se stesso, ma taciuto dalla critica.

Francesco Artibani è il migliore sceneggiatore attualmente in attività.
Ecco, l’ho detto. Sono di parte? No. Ne sono solo convinto. In fin dei conti uno che vince due premi come migliore storia alle convention autori Disney, che realizza Witch, che ha contribuito a PK New Adventures, che realizza Monster Allergy, che ha scritto per Lupo Alberto, che lavora su Geronimo Stilton, che passa da fumetti a cartoni animati, che lavora per la Francia con tre serie… beh, forse tanto scarso non è.

Eppure pochissime volte il nome di Francesco Artibani appare sulla bocca e negli scritti dei critici. La cosa, dal mio punto di vista, ovviamente non depone a favore della critica, ma è un lungo discorso. Artibani ultimamente ha segnato un altro traguardo: scriverà due miniserie per la Panini Comics, lavorando su personaggi Marvel, ossia gli X-Men e il Dottor Strange. Potevamo come Elite non captare nell’aria qualcosa di nuovo e precipitarci su di lui, come uno Sgrutz affamato di notizie? Ecco allora una intervista pacata, solare, paciosa, rilassata, dove si parla di X-Men, Magia, Marketing, Disney, Francia, e si cita anche, con un ricordo carico di affetto, il grandioso Uomo Supplì.

Non l’avete chiesta, ma non potete fare a meno di leggerla! Ed ora vai con lo show!

.........L'INTERVISTA

Alessandro Bottero: Tra i progetti annunciati dalla Panini Comics per il futuro ci sono le due miniserie da te scritte, che vedranno protagonisti gli X-Men e il Dr.Strange. Partiamo dalla prima. Cosa puoi dirci a riguardo: titolo, disegnatori, storia in genere, curiosità?

Francesco Artibani: I titoli di lavorazione delle miniserie sono “X-Campus” e “Young Doctor Strange”. Si tratta di due racconti in cui saranno rinarrate le origini dei personaggi all’interno di avventure di esordio completamente nuove rispetto quelle originali.
Stephen Strange non sarà un chirurgo di successo così come Magneto non vorrà imporre la supremazia dell’homo superior… ma allo stesso modo saranno i personaggi di sempre. La Marvel, da questo punto di vista, ci ha lasciato la massima libertà; rispettando le caratteristiche fondamentali dei personaggi principali, è stato possibile reinventare molto. X-Campus è una miniserie di 8 albi (da 22 pagine, nel classico formato comic book) mentre la storia di Strange è composta da 4 numeri. Per gli X-Men, gli studi dei protagonisti sono stati realizzati da Denis Medri, un autore eccezionale già all’opera in Francia con la serie “Sans Dieu” per gli Umanoidi. Denis realizzerà la prima storia e tutte le copertine della miniserie. Per il giovane dottor Strange, i personaggi principali sono stati visualizzati da Giulio De Vita ma tutto il lavoro della miniserie è stato realizzato dall’eccezionale Federico Nardo che, con uno stile del tutto diverso da quello utilizzato su “Monster Allergy” ha messo in scena un universo fantastico meraviglioso. Federico è un autore veramente spettacolare; conosco tanti disegnatori bravi ma ce ne sono davvero pochi capaci di far recitare i personaggi come lui.

A. Bottero: Da quel che ho capito tra i protagonisti NON ci sarà l'Uomo Supplì, e questo è un peccato, avrebbe portato una ventata di comicità inesauribile. Cosa ne pensi della seriosità che a volte si impossessa degli sceneggiatori di fumetti e gli fa produrre storie più depressive di un bollettino di Amnesty International?

Francesco Artibani: Per l’Uomo Supplì non ci sono state speranze fin da subito. A proposito della seriosità degli sceneggiatori mi cogli impreparato. In giro non vedo molti sceneggiatori seriosi; forse ce ne sono un po’ che “ci credono” e questo li porta a sbrodolare ma dopotutto c’è spazio per tutti.

A. Bottero: Passando al Dr.Strange è il momento di rivelare che è una tua grande passione. Secondo te perché la Marvel ormai da anni lo trascura non dedicandogli una serie regolare? Dovrebbe rivelare al mondo di essere cugino in secondo grado di Wolverine?

Francesco Artibani: Il dottor Strange è un personaggio essenzialmente folle che si muove in un universo più assurdo. Da lettore l’ho sempre trovato più eccessivo di tanti altri, delirante, inquietante, rivoluzionario. Non è mai stato una lettura tranquillizzante e per questo, probabilmente, non è mai stato un idolo delle folle.

A. Bottero: Entriamo più nel merito della storia. Posso solo sperare che ci sia il Dr. Strange vero, quello con gli stupendi incantesimi ideati da Stan Lee. Per lo Scudo di Seraphim, per le Fiamme delle Faltine, per i Venti di Watoomb!!! Togligli questo e che resta? Un santone New Age col pizzetto.

Francesco Artibani: Io gli ho tolto anche il pizzetto. Nella miniserie Strange sarà un sedicenne e un sedicenne con il pizzetto, per dirla con Ben Grimm, sarebbe uno sviluppo rivoltante. Malgrado l’assenza di peluria sul mento, il giovane Strange farà i suoi numeri magici di sempre e si guadagnerà sul campo il titolo di dottore. Tra le altre anticipazioni sconvolgenti che posso fare è che, da qualche parte nei quattro albi, ci sarà anche una citazione all’immortale “Ramaya”, l’opera che ha consegnato ai posteri Afric Simone (e se non sapete chi è il problema è tutto vostro).

A. Bottero: Sei stato tu a proporti alla Panini o è stata lei a contattarti? E se la risposta giusta fosse la seconda, secondo te perché proprio Artibani?

Francesco Artibani: Vado in parte contro il mio interesse affermando che la Panini non ha cercato Artibani ma tutto il gruppo di Red Whale nei confronti del quale c’era stima. La doppia proposta che ci hanno fatto era una di quelle che non si potevano rifiutare.

A. Bottero: Oggi da parte delle case editrici cosiddette "grosse" si vive nella speranza di fare il colpo in edicola. La testata che venda centomila copie, che coinvolga i ragazzi (e magari anche le ragazze). Insomma, basta prodotti da medio o piccolo cabotaggio. Vogliamo il blockbuster. Dato però che di questi successi epocali in giro non se ne vedono qualcosa non va. Secondo te dov'è che si inceppano i meccanismi produttivi del colossi editoriali?

Francesco Artibani: Il meccanismo si inceppa quando viene meno l’equilibrio tra i due elementi centrali di ogni blockbuster, la creatività e il marketing. Quando si pretende di azzeccare un risultato basandosi esclusivamente sulle ricerche di mercato, l’insuccesso è garantito. Il problema nasce nel momento in cui l’editore smette di fare il proprio mestiere e delega ad altri. Dylan Dog e Witch non hanno raggiunto il loro successo con le ricerche di mercato ma con l’apprezzamento dei lettori e il loro passaparola. Nel caso di Witch la serie, per la quale avevo impostato un primo storyline di 12 episodi, ad un certo punto era stata sforbiciata a 9 episodi. I risultati straordinari dei primi numeri hanno convinto poi l’editore a continuare, ripristinando gli originali 12 episodi per poi continuare.

A. Bottero: Senza fartene accorgere sei molto attivo anche con il mercato francese. Da quel che so sei riuscito a piazzare ben tre progetti (sempre tramite la Red Whale). Qui in Italia non se ne sa nulla. Sii pietoso e dissipa questa ignoranza.

Francesco Artibani: Dopo Monster Allergy ho preparato tre serie nuove con Les Humanoïdes. La prima a vedere la luce, questo autunno, sarà la serie disegnata da Ivo Milazzo, “Le Maître Rouge”. Il soggetto di questa collana, ambientata nella Roma del 1830, l’ho scritto con mia moglie Katja Centomo. La seconda serie, in arrivo per l’inizio del 2007, sarà invece una serie avventurosa, una saga di pirati che si trasforma presto in una specie di fantasy ambientato sopra e sotto il mare. I disegni sono di uno spettacolare Alessio Coppola, che ha illustrato il racconto in maniera incredibile con uno stile realistico lontanissimo da quello che usa per le storie di Topolino. Infine il terzo progetto per gli Umanoidi è una serie umoristica disegnata da Silvio Camboni che, fatti due conti, dovrebbe arrivare in libreria tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008. E poi, per restare in terra di Francia, sempre per il 2007 ci saranno altre due serie con la Soleil

A. Bottero: Esistono davvero delle differenze qualitative tra mercato francese e mercato italiano per cui A PRIORI è meglio lavorare con le case editrici
francesi? O per dirla in altre parole: hanno ragione critica, pubblico e alcuni autori a guardare fumettisticamente alla Francia, come a una Terra Felice?

Francesco Artibani: Per essere banali direi che, a priori, è sempre meglio lavorare per un editore attento e rispettoso. Non sono d’accordo con quelli che vedono nella Francia il paradiso del fumetto, e non sono d’accordo neppure con quelli che, più o meno snobisticamente, guardano con sufficienza alla cosa. Il mercato editoriale francese è diverso e, in un certo modo, più complesso. C’è una grande produzione e offre un ottimo trattamento agli autori per quello che riguarda compensi e diritti. Tenere il passo è impegnativo ma vale la pena provarci. Viviamo in un mercato editoriale globale come qualsiasi altro mercato; se la Francia presenta delle opportunità che l’Italia attualmente non è in grado di offrire non vedo che cosa ci sia di strano se un autore provi ad avvicinarsi a quella realtà. Gli editori, invece di ironizzare sulle cosiddette “vacanze francesi” di sceneggiatori e disegnatori potrebbero provare a interrogarsi sulle ragioni che portano altrove tanti autori.

A. Bottero: Fumetto e cartoni animati: riesci a dire in meno di 25 parole cosa pensi di loro e perché la loro sinergia è vincente?

Francesco Artibani: Un cartone animato di successo significa contratti commerciali importanti. È un modo onesto per diventare ricchi e lavorare un po’ di meno. Ne penso bene.


A. Bottero: Un uccellino mi ha detto che sei al lavoro su un altro grosso progetto. Cosa ci puoi dire a riguardo?

Francesco Artibani: Lys” è la nuova serie regolare, in uscita per la fine di quest’anno su cui attualmente tutta Red Whale sta lavorando. I creatori sono Katja Centomo e Antonello Dalena. È un progetto a cui teniamo tutti molto, su cui è impegnato lo stesso gruppo di lavoro di Monster Allergy. Si tratta di una serie femminile avventurosa; di “Lys” abbiamo il controllo diretto per quello che riguarda la gestione delle licenze e la collana è già stata venduta in molti paesi, dove uscirà sia in libreria che in edicola.

A. Bottero: Da Witch in poi si è codificato una sorta di "stile" che ha mescolato tratti disneyani di nuova generazione e tratti manga.
Sbaglio o è una specie di mix culturale oriente-occidente che mira ad essere immediatamente riconoscibile dai giovanissimi, e gioca molto sulla "carineria" dei personaggi?
Witch, Sky Doll, Winx, Monster Allergy, parzialmente Kylion, Lys.
E‚ il mercato che chiede uno stile ben preciso, o siete voi che lo avete imposto?


Francesco Artibani: Questo stile è sicuramente ammiccante e immediato ed è il frutto dell’unione di stili e di influenze che certamente non abbiamo imposto noi. L’obiettivo è quello di continuare ad elaborarlo sulle varie serie che produciamo, nel tentativo di costante di riuscire a realizzare sempre qualcosa di nuovo.

A. Bottero: Kylion, un nome molto evocativo, non trovi? Una serie che aveva grosse potenzialità e un gruppo di autori coinvolti di tutto rispetto (Stefano Vietti, Lorenzo Bartoli, Michelangelo La Neve, Michele Medda, Giulio De Vita) . Che è successo invece?

Francesco Artibani: Kylion è un nome orribile scelto dall’editore senza consultare né me, né Giulio De Vita, che fino a prova contraria eravamo gli autori. La vicenda di Kylion è stata un’esperienza educativa dal momento che imparo dai miei errori, anche quando sono gli errori degli altri, come in questo caso. La serie è stata l’apoteosi del marketing applicato al fumetto e il risultato si è visto. Io e Giulio abbiamo mollato la serie subito dopo i primi numeri, motivando le ragioni dell’abbandono con la sostanziale impossibilità di fare il nostro lavoro. Forse avremmo toppato ugualmente, forse no: quello che è certo è che non ci è stata lasciata la possibilità di sbagliare perché altri hanno preferito dimostrare di essere più bravi di noi anche in questo (e, gli va riconosciuto il merito di avercela fatta in soli 13 numeri).
Kylion, come dicevo, non l’ho scelto io. Ho scoperto che la serie si sarebbe chiamata in questo modo leggendo casualmente una delle varie indagini di mercato svolte da un istituto di ricerche (per come sono andate le cose probabilmente era la Nexus). Kylion. “Che cosa significa?” – ho domandato. “Decidilo tu.” – è stata la risposta illuminante. Da lì in poi è stato tutto in discesa…

A. Bottero: Pochi lo sanno ma dall’anno scorso la Red Whale è entrata nella galassia del personaggio più famoso della letteratura per l’infanzia italiana: Geronimo Stilton. Rivelaci tutto quel che puoi, altrimenti rapiremo il tuo ippopotamo blu della Lines.

Francesco Artibani: Da quasi due anni affianchiamo la produzione di libri per ragazzi per la Piemme. Per questi volumi curiamo il lavoro completo: scrittura del romanzo e realizzazione delle illustrazioni. L’editore è contento e noi anche. Per Piemme realizziamo quattro collane; si tratta di “Tea Sisters”, “Joe Carrot”, “I Grandi Classici” e i “Gatti pirati”. Questo genere di servizio di editing è un’esperienza nuova, faticosa ma istruttiva.

A. Bottero: Tre libri che secondo te una persona che voglia scrivere storie (fumetti, o altro) dovrebbe non dico leggere, ma imparare a memoria.

Francesco Artibani: Il circolo Pickwick” di Dickens, “Il barone rampante” di Calvino e “Le avventure di Cipollino” di Rodari. Non li ho imparati a memoria ma li sfoglio spesso.

A. Bottero: E per chiudere la cosa più assurda, strana, possibilmente ridicola, o solo buffa a cui ti è capitato di assistere nel mondo del fumetto.

Francesco Artibani: Nel fumetto, più che una cosa c’è una categoria di persone che mi diverte molto ed è composta da quelli che si prendono molto sul serio. Se fai finta di non vedere la parte patetica resta il lato grottesco e quello fa ridere.

BRIAN M. BENDIS - Intervista - nov 2005


La passione di Bendis... intervista a BRIAN MICHAEL BENDIS

di Tim Leong da comicsfoundry.com

Pochi scrittori possono vantare un successo (ed un’invidia) critico e finanziario simile a quello di Brian Bendis. E’ lo scrittore di Powers, Ultimate Spider-Man, the Pulse, New Avengers ai quali si aggiunge House of M, l’evento Marvel del momento. Brian è stato intervistato da Comicfoundry sui suoi fumetti, sul suo modo di scrivere i dialoghi e su tutto quello che ha imparato nel corso della sua carriera.

Ricordo di avere letto una tua intervista che risale ai tempi in cui ti venne offerta la testata degli X-men in cui dicevi che non si trattava di un lavoro molto adatto a te e che ti sentivi più a tuo agio a lavorare ad un titolo con uno/due protagonisti piuttosto che con un gruppo. Come hai superato questo problema?

Brian M. Bendis: Non era un “problema da superare”: in quel momento mi avevano incaricato di scrivere due titoli che erano quasi inconsapevolmente perfetti per il mio modo di scrivere (Ultimate Spider-Man e Daredevil), fumetti che richiedevano quegli aspetti del mio modo di scrivere che avevo meglio costruito nel corso degli anni. Gli X-Men, d’altro canto, presentavano dei problemi per i quali non mi sentivo ancora pronto e, anche considerando l’importanza degli X-Men in quanto tali, non mi sembravano una palestra adatta per affinare la tecnica. Sapevo che sarebbe stato prima o poi un punto di arrivo per me, ma sentivo che non era giusto che accettassi questo incarico solo per il motivo che mi era stata offerto. Forse sono l’unico che si fa influenzare da questo genere di cose, ma non riuscivo a percepire le stesse “vibrazioni positive” che si hanno quando si scrive qualcosa per cui ci si sente più adatti.
Con gli X-Men le mie sensazioni erano: “La sai una cosa? Mi sento come se fossi a scuola di scrittura e non come se stessi davvero scrivendo gli X-Men”. E allora ho deciso di aspettare fino a quando non sarei stato pronto a dare quello che potevo dare, dopo aver finito la “scuola”. Sono molto contento di aver preso questa decisione, è stata la cosa giusta da fare.

Cosa hai imparato da allora?

Brian M. Bendis: Ci sono state altre storie nel frattempo e altri progetti a cui ho lavorato dove c’erano più di un protagonista e mentre ci lavoravo mi ponevo questo genere di domande: “Ok, in questa scena ci sono sei personaggi, qual è quello il cui punto di vista è più interessante? Chi si modifica o impara di più? Qual è il personaggio che viene più impegnato?” E’ con lezioni del genere che si impara a gestire un fumetto “di gruppo”. Sono stato felice di aver imparato da questa lezione abbastanza da sentirmi sufficientemente adatto a lavorare a questo genere di cose. E credo di essere ancora migliorato oggi che lavoro a New Avengers.

Ancora di più lavorando ad un gigantesco crossover nel quale hai a che fare contemporaneamente con due gruppi, se non di più...

Brian M. Bendis: Già, sono di più!

Cosa cambia nel tuo modo di scrivere quando hai a che fare con così tanti personaggi?

Brian M. Bendis: Innanzitutto deve essere ben chiaro il senso della storia. Mi capita molte volte di prendere dei libri, di leggerli e di non capire qual è il senso di ciò che ho letto. Non serve che sia un senso profondo (può bastare anche un “adoro i film di kung fu”). Ma quando questo senso manca per me è una lacuna evidente: “qual è il senso di tutto ciò?”. House of M si basa su un concetto molto specifico, e così i New Avengers. L’Uomo Ragno ha avuto sin dalle origini un ottimo spunto di partenza: da un grande potere derivano grandi responsabilità. Eccezionale, un’idea che non può mai invecchiare! E’ importante stabilire il senso: una volta che è ben chiaro sarà molto più facile stabilire, ad esempio, quale personaggio esprime il punto di vista più importante attraverso cui raccontare una storia.

Vuoi dire che House of M è una storia centrata più sullo sviluppo dei personaggi che su di una serie di eventi?

Brian M. Bendis: Il plot è fondamentale in House of M, visto che succedono un sacco di cose ma i momenti dei quali vado più orgoglioso sono quelli per i quali ricevo un feedback potente da parte dei miei collaboratori: sono i momenti in cui affronto senza nessuna restrizione l’evoluzione caratteriale dei personaggi. A pensarci bene mi ricordo i libri che ho amato davvero e che negli anni ho continuato davvero ad amare: sono quelli che non si tiravano indietro quando era il momento di affrontare le emozioni. In Crisis on Infinite Earths ci sono un sacco di momenti fortemente emotivi: c’è una grande storia che si dipana ma ci sono comunque dei momenti in cui tutti si fermano, dicono “Oh, merda...” e devono affrontare un grave lutto che li ha colpiti.

Credi che si corra il rischio di perdere il controllo dei personaggi quando ce ne sono troppi da gestire?

Brian M. Bendis: E come in quei film d’azione, quelli schifosi intendo. Un’esplosione dopo l’altra, c’è solo questo: i film migliori sono quelli in cui ci si prende anche cura dei personaggi. In Die Hard e in Matrix tu ti senti davvero vicino ai personaggi e vuoi sapere che cosa succederà loro. Non è un concetto banale come può sembrare. E’ quello che succede con i personaggi di un qualsiasi mio fumetto. Se a nessuno importa dei miei personaggi, a nessuno importerà quello che succederà loro. Lo so che a volte forse esaspero un po’ la cosa e quasi mi sembra di sentire qualcuno lamentarsi dal pubblico: “E datevi una mossa!”. Ma è un rischio che preferisco correre. Sono tutti capaci di andare avanti a botte di un’esplosione dopo l’altra. E’ più interessante scoprire il “prima” ed il “dopo”.

Credo che sia il motivo per cui con così tanti personaggi in gioco e così tanti eventi in moto tu riesca a creare anche nuovi personaggi come Layla Miller... (nelle pagine di House of M).

Brian M. Bendis: Haha, bel tentativo.
Nella grande tradizione di questi super-eventi Marvel viene creato un nuovo personaggio che da lì uscirà alla conquista dell’Universo: spero che piacerà al pubblico. A me piace.

Ma che cos’è che rende buona una storia?

Brian M. Bendis: Corre una linea sottile tra una storia intelligente ed una stupida. Mi piace davvero quando qualcuno si rimbocca le maniche e riesce a mostrarmi qualcosa che non ho mai visto o pensato prima. Io sono il lettore che se ne frega meno dei generi. Se qualcuno è capace di farmi divertire non mi interessa davvero il genere della storia – supereroi, noir, indipendenti, autobiografico.... E come quando ti sembra di sentire che qualcosa si trasmette “fisicamente” dalla carta stampata fino alla punta delle tue dita che stanno reggendo il libro... E’ incredibile.

E’ la passione…

Brian M. Bendis: Già, e può capitare anche leggendo Superman, perché lo sceneggiatore è talmente bravo e voleva talmente tanto raccontare quella storia che alla fine ti dà i brividi. E’ una cosa così difficile da raggiungere. Puoi fare tutto nel modo giusto ma magari non funziona lo stesso. Un sacco di fumetti o film o serie televisive vedono all’opera gente davero in gamba ma dopo che li hai visti o letti sai subito che c’è qualcosa che non funziona. Ci provano e ci provano e non ci riescono. E invece da un’altra parte tutt’a un tratto scatta la magia...

Se la gente sapesse come si fa...

Brian M. Bendis: Già, non esiste una formula magica però io so che se mi appassiono davvero a quello che sto scrivendo, se mi emoziono anche se sto scrivendo una semplice scena tra Peter e MJ, il 99% delle volte anche (Mark) Bagley si emozionerà a disegnarla, l’inchiostratore si emozionerà a chinarla e l’editor a mettere il tutto insieme. Via via fino al lettore che si emozionerà allo stesso modo. Però come scrittore non riesco a controllare le emozioni di tutti, magari io mi emoziono mentre per Bagley al massimo si tratta di routine... Ma di solito siamo sulla stessa lunghezza d’onda. C’è un senso in quello che dico?

Immagino che parta tutto da te, se questa cosa non è con te sin dall’inizio allora non ci sarà per il lettore quando avrà in mano il fumetto.

Brian M. Bendis: La sai cos’è che non rende buona una storia? Scriverla perché si vuole venderla ad Hollywood. Non fatelo. Non è mai successo nella storia dei fumetti che qualcuno si sia messo lì perché voleva fare un fumetto da vendere ad Hollywood e sia riuscito nell’intento di farlo diventare un film e vivere di rendita. Non funzionerà mai, quindi non fatelo. Se scrivete un fumetto è perché volete un fumetto, se poi arriva Hollywood tanto di guadagnato. Non può funzionare altrimenti.

Ho letto da qualche parte una frase di David Mamet: “Nulla di artistico può essere concepito da un pensiero conscio”. Credi che sia vero?

Brian M. Bendis: Credo che sia vero tutto quello che lui dice. Tengo sul comodino un libro di interviste a Mamet ed è come la mia bibbia. Se qualche volta ho un dubbio mi basta sfogliarlo per trovare una pagina o qualcosa di giusto, mi sento subito meglio e posso tornare a dormire.

Lui è intelligente in maniera quasi ridicola.

Brian M. Bendis: Vero, è dannatamente intelligente. E poi ha quel suo modo di lavorare che deriva dall’essere stato uno studioso del Talmud, in quanto ebreo. Anche io sono stato educato in una scuola talmudica e c’è qualcosa nel modo in cui parla che mi appartiene e mi tocca, anche se il suo modo di parlare non assomiglia al mio. La cosa verissima che dice è che la chiave per scrivere un grande dialogo è lasciare che le voci che hai nella tua testa parlino tra loro e non con te. Insomma, ti basta sederti ad un tavolo e riportarle.

Puoi essere un po’ più chiaro in quest’ultima affermazione?

Brian M. Bendis: Chiunque ha delle voci in testa. Quando parli tra te e ti dici cose del tipo “mmm, prendo degli spaghetti o un cheeseburger?” stai effettivamente parlando con te. Invece occorre lasciare che le voci che hai nella testa parlino tra loro e così otterrai dei buoni dialoghi. Bisogna essere un minimo “aperti” però. E c’è da considerare la bipolarità degli aspetti: ci vuole un giusto equilibrio tra l’essere creativo e “funzionare” bene socialmente. Troppa creatività e non si è integrati bene in un contesto sociale. Ribaltando l’equilibrio si perde in creatività. Ma tutte le persone realmente ispirate che conosco sembrano in un certo senso un po’ matti. Ma è un piacere averle intorno.

“Story”, di Robert McKee – Qual è la migliore lezione che si trae da questo libro?

Brian M. Bendis: Che la struttura in tre atti funziona. E’ divertente perché leggendo il libro sembra che sia una cosa da seguire come un insegnamento dalla Bibbia.
Non è vero, però bisogna comprendere bene le regole, come funzionano e perché prima di riuscire a rimescolare le carte. A tutti piacerebbe scrivere in modo da non rispettare le sequenze. “Quando Quentin Tarantino ha scritto Pulp Fiction ha messo la prima parte come terza e...”: ma lui è Tarantino e sa come si fa. Non significa infatti che non abbia prima imparato a usare le regole della scrittura. Picasso ha imparato a dipingere come gli altri maestri naturalisti prima di passare al cubismo. Prima ci deve essere il momento in cui ti chiedi in che modo funziona e perché funziona così. Io ho scritto un sacco di storie “canoniche” e strutturate prima di iniziare a pensare che cosa sarebbe successo se non avessi raccontato il secondo atto. Oppure se il terzo atto diventasse il quinto, e così via... Si comincia a sperimentare e si trovano nuovi linguaggi da utilizzare per se, ma prima bisogna conoscere a fondo la materia. Adesso sembra un discorso più sensato?

Sì, bisogna conoscere le regole prima di infrangerle.

Brian M. Bendis: Grazie, è come dici tu... E bisogna imparare a scrivere dialoghi stringati e non blablabla...

Beh, quello succede quando si lavora tardi la notte.

Brian M. Bendis: Questa cosa non l’ho mai imparata.

Pensare che tu sei uno degli scrittori più riveriti del momento...

Brian M. Bendis: Mmmm... Mah, credo che sia tutto da imputare al momento... Beh, è bello essere considerati bravi, comunque.

Come riesci a migliorare le tue doti di scrittura partendo da una consapevolezza già così elevata?

Brian M. Bendis: Innanzitutto, l’essere riveriti non ha nulla a che fare con la tecnica o la bravura. Proprio per niente. Una delle cose che mi fa impazzire è vedere persone che ritengono di avere tutte le risposte (giuste) solo perché qualcuno l’altroieri ha detto qualcosa di carino su di loro. Se conoscessi tutte le risposte scriverei la storia perfetta ed andrei in pensione felice. Ma non le so. E’ una cosa difficile da descrivere o da far comprendere al pubblico. Ogni giorno tu cerchi nuove soluzioni sforzandoti sempre di più e tiri e spingi e qualche volta quello che fai trova il gradimento dl pubblico. Ma nove volte su dieci (credo) ti senti molto più realizzato anche solo per aver portato avanti il tuo solito modo di scrivere ancora una volta (quel modo di scrivere che fa vendere quel fumetto così bene, per intenderci). Sono due mondi antitetici. Ed io non capisco perché ci siano persone che giudicano migliorato il mio lavoro, come non capisco quelli che dicono che è peggiorato. E’ una cosa che non puoi controllare perciò l’unica cosa da fare è tirare avanti e occuparsi del proprio lavoro. Non c’è differenza tra il lavoro che faccio adesso e quello che facevo ai tempi di, mettiamo, Goldfish.

Quindi non c’è stata nessuna evoluzione nel tuo modo di scrivere?

Brian M. Bendis: C’è un’evoluzione nella perizia tecnica, o almeno lo spero. Sono un miglior narratore rispetto a prima. Però il momento in cui ti siedi e ti chiedi se quello che hai scritto funziona è sempre lo stesso. Ho buttato nel cesso due numeri (interi) di New Avengers perché rileggendoli non mi sembravano buoni: li ho cancellati ed ho ricominciato da capo. La Marvel li aveva approvati e io ho detto alla Marvel: “Beh, non mi piacciono”...

Hai una tua cartina di tornasole per questo genere di cose? Qual è il tuo standard accettabile? Come lo capisci?

Brian M. Bendis: Spero che il fatto che non so rispondere a questa domanda faccia capire a chi legge quello di cui sto parlando. Non è una cosa che ha a che fare con il successo economico o con il vincere un premio. Non si può sapere. Quello che si sa invece è che non si finisce mai di lavorare. E’ la sola buona lezione che ho imparato alla scuola d’arte. Una volta il mio maestro disse: ”Se finisci un’illustrazione e credi che sia perfetta c’è qualcosa in te che non va. La perfezione non esiste! Hai semplicemenrte fatto un’illustrazione. E adesso corri a farne un’altra... Sperando che sia migliore della precedente”. Questa sì che è una buona lezione.

Qual è la lezione migliore che hai ricevuto, riguardo allo scrivere?

Brian M. Bendis: E’ proprio questa lezione. Io non ho mai scritto una sceneggiatura perfetta. Scrivo ogni giorno ed ogni giorno scriverò cercando sempre di migliorarmi.


Che consiglio daresti ad un aspirante scrittore di comics?

Brian M. Bendis: La mia grande lezione, quella che cerco di insegnare a chiunque sia disposto ad ascoltarmi è: scrivi per te stesso, non cercare di scrivere per gli altri. Non importa se stai scrivendo un film di grosso budget o un videogioco o una serie TV, scrivi qualcosa che ti piace davvero e che vorresti leggere. Non cercare mai di indovinare quello che vogliono le altre persone.
Provo a farti un esempio che mi è stato fatto: mettiamo che quest’estate vada di moda l’arancione. Tutti adorano l’arancione. Perciò dici che vuoi essere amato da tutti e quindi ti butti sull’arancione anche tu. Quando avrai finito il tuo lavoro sarà arrivato l’autunno ed a questo punto andranno tutti pazzi per il rosa. E tu ti ritrovi con la tua cosa che non piace più a nessuno e che nemmeno tu volevi all’inizio.
Molto meglio srivere qualcusa che ti piace e che vorresti trovare come lettore. Oppure scrivere qualcosa che ti senti costretto a scrivere, quasi che se tu non lo facessi saresti costretto a infilarti una pistola in bocca. E’ così che vanno le cose (magari senza esagerare in morbosità). Non è che mi ritrovo a scrivere The Pulse con una pistola in bocca... Però tutti i fumetti che scrivo sono fumetti che mi piacerebbe comprare ed io lavoro solo con disegnatori dei quali vorrei comprare qualsiasi cosa. Non lavoro mai con qualcuno che non mi dia queste sensazioni.

E per quanto riguarda i dialoghi? Credo che tu sia uno scrittore che se ne mette alle spalle parecchi in questo ambito particolare.

Brian M. Bendis: Sono contento che si parli dei miei dialoghi perché sono la vera passione della mia vita. Io passo le giornate a pensare alla musicalità del linguaggio e a come renderla sulle pagine di un fumetto. Tutte le persone hanno una percezione del mondo differente. Occorre scrivere personaggi che parlano tra di loro, non per se stessi ma per portare avanti la storia a favore di chi legge. E’ molto semplice fare in modo che uno dei personaggi si rivolga ai lettori e racconti tutto. Ed è così poco intelligente. Tutti lo sanno fare, come ho detto. Ma quello che da lettore si vuole è trovare un modo nuovo ed unico di trasmettere le informazioni necessarie alla storia e, allo stesso tempo, creare personaggi contraddittori come sono contraddittorie le persone nella vita reale, che dicono una cosa un giorno ed il giorno dopo dicono l’esatto contrario.
Arrivi a casa e la tua ragazza ti dice qualcosa di carino, mentre il giorno dopo qualcosa di cattivo. E’ la stessa persona, con un comportamento normalmente contraddittorio. E’ una cosa difficile da ottenere in un fumetto (e spesso i lettori non hanno né la pazienza né la ricettività giusta per recepire i tuoi sforzi) ma credo che sia un obbiettivo importante, che valga la pena perseguirlo e spero che sempre più scrittori seguano questa strada. La cosa bella è che ci sono già molti scrittori che lo fanno: (Brian K.) Vaughan, (Warren) Ellis. Ci sono un sacco di scrittori che non si spaventano per l’altezza dell’asticella: e si sforzano per portarla sempre più in alto.

Hai un gruppo di persone che condividono con te questi aspetti del tuo lavoro?

Brian M. Bendis: Sono fortunato perché molte persone alla Marvel e anche tra le mie conoscenze familiari mi aiutano a capire quando sto facendo qualcosa di sbagliato. Mia moglie è una perfetta cartina di tornasole. Ci sono state un sacco di occasioni in cui mi avevano detto di non fare qualcosa ed io non li avevo ascoltati e alla fine è risultato che avevano ragione loro. Apprezzo molto la mia relazione con la Marvel perché posso contare su di loro quando c’è bisogno che mi si dica che quello che sto facendo fa schifo.

Tu scrivi i dialoghi tenendo a mente il fatto che verranno letti e non recitati? Oppure con la consapevolezza che qualcosa funziona meglio sulla carta che non a voce (o viceversa)?

Brian M. Bendis: Nel passato c’erano delle persone che recitavano i miei dialoghi per me ed ho avuto la fortuna di avere degli attori per questo quando lavoravo alla serie animata dell’Uomo Ragno. C’è una differenza gigantesca tra le due cose. Mi ossessiona molto anche come una cosa funziona sulla pagina. Mi è capitato di scrivere una pagina con sessanta balloon di testo. In questi casi io disegno di persona il piazzamento delle “nuvole” e delle didascalie nella pagina perché la tempistica in cui vengono lette è importante e anche il modo in cui sono in relazione tra loro, il fatto che si tocchino oppure no... Perciò impiego sempre un enorme quantità di tempo ogni fumetto che scrivo per questa rifinitura dei dialoghi, agendo anche sul lettering. Scrivo lo script per tutto il numero e dopo faccio una seconda passata avendo sotto la pagina già a matita. Sulle matite io posiziono il testo come ho già detto. Quindi il tutto passa al letterista e quindi torna da me per un’ulteriore fase di rifinitura. A volte quest’ultima fase mi porta a fare solo quattro o cinque piccole modifiche. Mentre a volte significa addirittura cancellare del tutto delle parti di testo, che magari non servono perché l’immagine è già sufficientemente eloquente. Con Mark Bagley questa cosa succede spesso. Ho appena finito una storia in cui c’era una scena molto intensa emotivamente tra Peter [Peter Parker, l'Uomo Ragno, ndT] e MJ [Mary Jane Watson-Parker, moglie di Peter Parker, ndT] per la quale avevo scritto 15 linee di dialogo, che ho scartato tutte dal momento che la pagina diceva già tutto. E faccio molta attenzione alle differenze fra come si legge un dialogo in rapporto a come risulterebbe recitato ad alta voce.

Credi che un dialogo dovrebbe “sembrare” realistico?

Brian M. Bendis: E’ molto difficile stabilire che cosa sia realistico oppure no per le varie persone. Ad esempio, le persone dicono un sacco di parolacce. Ultimate Spider-Man dovrebbe essere infarcito di parolacce, perché è così che parlano i ragazzi. E a me piace leggerle. Mi da la carica leggere dialoghi “naturalistici”, in un pezzo teatrale, ovunque. Ci sono stati autori di fumetti che prima di me hanno usato questi strumenti nei fumetti. Gente come Howard Chaykin ed Alan Moore (in progetti particolari), anche se non credo che venga dato atto ad Alan Moore di questo. E' una cosa che mi piace da matti.

Ma quando si ha a che fare con i supereroi bisogna tenere in conto la sospensione della realtà. Come si integra questo aspetto con il resto?

Brian M. Bendis: Ci sono due aspetti da considerare: il primo (e ci sono sbattuto addosso pesantemente durante i miei primi lavori per la Marvel) è che a quelli della vecchia scuola il mio modo di lavorare non piace per niente. E io a dire che loro erano abituati a leggere un certo tipo di fumetti e a leggere delle pagine magari piene di testo che esponeva semplicemente l'azione o il contenuto della vignetta (del tipo “Nel frattempo, al tribunale...”). A dire loro che non c'era niente di male perché era il loro modo di leggere i fumetti ma questo non significava che fosse l'unico modo di raccontare una storia. Dei grandi fumetti sono stati scritti in modo classico, io voglio solo lavorare in un modo diverso. Ci sono persone che si arrabbiano tantissimo se Capitan America si inciampa su una parola. In un certo senso per loro questo significa che il personaggio è debole o chissà che, ma non è il caso. Anche la più potente delle persone si ferma ogni tanto in mezzo ad una frase e parte di nuovo.

Giusto, persino David Mamet è inciampato una volta.

Brian M. Bendis: Certo!

Come credi stia andando l'industria dei comics in questo momento?

Brian M. Bendis: E' un momento di transizione, è tutto molto eccitante. Secondo me non si fa ancora sufficiente attenzione ai volumi a fumetti. I volumi vendono molto più rispetto al passato, al punto che alcuni dei miei titoli hanno raddoppiato il numero di lettori se si considerano gli acquirenti del volume. Sono rimasto shockato dai dati di vendita dell'ultimo volume di Powers che mi sono appena arrivati. E a volte i lettori dei volumi non vengono proprio considerati, a favore dei lettori degli albetti. Non credo che sia il canto del cigno dei floppies, ma è chiaro che è in atto una trasformazione che riguarda il modo in cui la gente acquista i fumetti. Il pubblico si divide in due al momento ed è un fattore importante il modo in cui i lettori vogliono leggere ed acquistare le loro storie.
In tutto questo c'è un fattore positivo: le due grosse case editrici in competizione stanno producendo fumetti di grande qualità e utilizzano autori di grandissimo talento. Questo significa che le aspettative del pubblico adesso sono davvero alte. Sembra che i lettori non accettino più di acquistare qualsiasi stronzata come un tempo: di questo io sono molto contento. Chiaramente esce ancora della robaccia ma quantomeno non si può dire che non sia ben confezionata. Almeno si nota lo sforzo. Credo che sia imporatnte che ci siano così tanti scrittori e disegnatori di talento che lavorano duro per produrre fumetti sempre migliori. Credo che ci siano autori in circolazione molto migliori di chi li ha preceduti per quanto riguarda capacità tecnica e disegno. Non si è mai visto di meglio. Tutte le volte che sento qualcuno che si lamenta di Astonishing X-Men a me viene da dirgli che non si è mai visto niente di meglio su una testata mutante. Gli X-Men non sono mai stati realizzati meglio di come lo sono adesso.

Già, ho partecipato ad un incontro con Joe Quesada al MoCCA (Museum of Comic and Cartoon Art, ndT) nel quale ha detto che se i disegnatori di oggi avessero lavorato durante gli anni '80 ad opere come Watchmen e Dark Knight avrebbero completamente cambiato il modo di concepire i fumetti.

Brian M. Bendis: Beh, a volte anche in privato si scherza molto sugli anni novanta e su come molte persone pensino che il mucchio di soldi che girava all'epoca abbia rovinato l'ambiente. So che è una generalizzazione ma è molto diffusa. Però tutti quelli che erano nel business solo per i soldi sono spariti (quando i soldi sono finiti). E sono rimaste un sacco di persone a cui fare soldi con i fumetti non interessava affatto. Anche persone che guadagnano bene, ma è un caso. Non c'è modo di stabilire come funziona. Io stesso faccio parte della categoria. Quello è il tipo di persone che vuoi al lavoro su un fumetto. Gente che ha scelto di restare anche se doveva tirare la cinghia e saltare un pasto, ecco il tipo di fumettisti che mi piace. E il nostro pubblico alla fine è sempre molto felice e grato della dose di fumetti che gli permettiamo di ricevere ogni settimana. Da una cosa così si potranno sempre ricostruire i fumetti ed un'industria basata sui fumetti. Sono davvero felice di lavorare in questo campo adesso.

Leggi ancora lavori di autori dilettanti?

Brian M. Bendis: Ogni settimana mi arriva un sacco di roba per posta. Mi diverto molto a farla passare e non ne tralascio nessuno. Quando trovo qualcosa di unico o interessante chiamo sempre gli autori come un fan sfegatato. E' la cosa che mi piace di più come lettore: e voi autori, quando fate un fumetto speditelo in giro, a tutte le persone che credete possano darvi una mano. E' un investimento. Anche se si tratta solo di una piccola storia indipendente, la devi considerare come un investimento sul tuo futuro. Devi davvero farti il culo e fare in modo che più gente possibile legga il tuo fumetto. Alcuni autori pensano che il creare un fumetto sia già sufficiente ma non è vero! Bisogna lottare per la sua diffusione.
Quando lavoravo ancora come indipendente passavo più tempo a bussare alle porte (e a sentirmele chiudere in faccia) che al tavolo da disegno. E’ necessario, se si vuole riuscire ad arrivare al fumetto successivo. Quando qualcuno mi domanda cosa fare dei propri fumetti autoprodotti, io dico sempre loro di spedirli sempre a chiunque si pensa potrebbe dire qualcosa di carino ad un'altra persona e… A suo tempo ho spedito miei fumetti a persone che adesso sono miei colleghi e che all’epoca non mi risposero nemmeno. Spedivo i miei fumetti tutti i mesi a Ralph Macchio (storico editor della Marvel, ndT) e non ho mai avuto una risposta. E adesso mi ritrovo a lavorare con lui tutti i giorni, il che fa abbastanza ridere. Spedivo fumetti a chiunque pensavo mi avrebbe potuto aiutare e chi salta fuori? Todd McFarlane. Che mi affidò all’epoca una testata. Chi l’avrebbe mai potuto immaginare?

Non Ralph Macchio! Che cos’è che può fare la differenza a questo livello? Che cosa rende interessante una proposta indipendente?

Brian M. Bendis: Di solito è la passione. So che sembrano stronzate ma alcune persone (mi escludo dal gruppo) sono davvero in grado di lavorare con la passione e distillarla nei propri fumetti. Altri autori non sono altrettanto capaci. Ma chi ci riesce può stupirti con dei fumetti davvero fenomenali. A volte ti basta sfogliarli per capire che si tratta di qualcosa di speciale. E a volte già a guardarli si vede che vale poco. Ricevo un sacco di fumetti brutti, non sempre lo sforzo produce risultati apprezzabili.

E credo che la cosa importante sia anche imparare dai propri errori e dai fumetti “non riusciti”.

Brian M. Bendis: Sai che la più grande lezione che abbia mai ricevuto l’ho avuta mentre lavoravo al mio primo fumetto? Quando l’ho visto stampato quasi mi veniva da vomitare da quanto ero disgustato dal risultato. Per tutto il tempo mi ero immaginato un risultato diverso e quando vidi cosa era saltato fuori… ne rimasi davvero disgustato.

Cosa avresti voluto cambiare?

Brian M. Bendis: Tutto! Tutto! Non potete immaginare quanto quella esperienza mi abbia aperto gli occhi! Vedere il proprio lavoro stampato, mostrarlo ad altre persone… Decisamente un momento difficile. Per questo motivo cambiai il modo di chinare le tavole, il modo di scrivere… Cambiai tutto!

Qual è la cosa più importante che hai imparato dopo il tuo ingresso nell’industria?

Brian M. Bendis: Non riempirmi la vita ed il lavoro di stronzate. Sul serio. I momenti in cui sono più felice di me stesso sono quelli in cui mi sento libero dalle stronzate. E quando vedo me stesso o le altre persone immerse nella merda, questa cosa mi fa davvero impazzire. Anche se stai scrivendo e magari ti nascondi dietro ad un dito dicendoti che stai facendo un buon lavoro, qualcosa che riesci a fare bene. Tanto per parlare di me, quando per la prima volta mi furono affidati gli X-Men mi sforzai davvero di fare un fumetto che stesse in piedi, ma il risultato era uno schifo. Passarono tre mesi prima che riuscissi a dire che non ce la facevo. E furono tre mesi in cui mi cercavo di convincere che ero uno scrittore diverso da quello che ero realmente. Ecco la lezione che imparai quella volta, lasciar perdere questo genere di stronzate. E non costringere la gente a pagare per i tuoi errori. E’ un circolo vizioso: se il tuo lavoro non sta in piedi perché fa schifo allora anche quelli che collaborano con tre non potranno fare di meglio ed i lettori penseranno di aver comprato una stronzata e si incazzeranno e tutto questo non è esattamente quello che si vuole.
E poi so che è davvero frustante sentirsi dire che non è possibile controllare le reazioni e la risposta di chi leggerà i tuoi fumetti , ma purtroppo è vero. Ed è uno dei motivi per cui si continua a farli. Perché si continuano a fare fumetti anche dopo l’uscita del Ritorno del Cavaliere Oscuro.
Ecco un’altra cosa che ti lascio per l’intervista che sembrerà ancora più folle… Non è possibile controllare l’ambiente e le circostanze in cui vengono letti i fumetti! Magari un tizio ha mangiato della roba andata a male e legge un mio fumetto e non gli piace. Un altro lettore è di cattivo umore e per questo odia il mio fumetto. Non si può controllare. Quindi tanto è inutile pensarci. Tu ci perdi le notti su quel fumetto e loro lo leggono quando stanno male e lo odiano per quello. Associano la tua storia al loro mal di pancia…

Tutto il lavoro finisce nel cesso, letteralmente.

Brian M. Bendis: Proprio così, ecco un’altra piccola lezione per voi!.


Novembre 2005